Percorsi Turistici

Le Chiese

La fede cristiana ha avuto una rilevante importanza nella storia del paese. Infatti, vi è stata la presenza di varie istituzioni religiose quali, chiese, monasteri, congregazioni e in tempi più recenti anche associazioni. I quali per il loro elevato numero risultano apparentemente sproporzionati  rispetto al modesto numero di abitanti.

Chiesa di San Nicolò
Databile intorno al secolo XIII, fu Matrice greca fino al XV secolo. Il culto del Santo era abbastanza diffuso nella chiesa orientale e fu introdotto in occidente intorno al IX secolo dai bizantini.
 La chiesa è stata rinnovata strutturalmente nel 1595, data in cui è stata aggiunta una scalinata esterna in prossimità del grande portale. Attualmente consta di due navate divise da due colonne su cui poggiano tre archi. La navata principale è coperta da un pregevole tetto cassettonato che poggia su capriate in legno anch’esse finemente lavorate. 
Il corpo di fabbrica è stato oggetto di recenti restauri.
Nella parte nord-ovest dell’edificio trova sede una torre campanaria che sembra postuma alla struttura ecclesiastica.

Chiesa di S. Maria delle Palate e Monastero dei Benedettini
Contigui alla zona archeologica di Halaesa trovano sede la chiesa (la cui struttura si sviluppa in un’unica navata di forma rettangolare con abside circolare, catino e presbiterio) ed il monastero i cui edifici appartennero all’Ordine Benedettino che li fondò in epoca Medioevale.
Questi manufatti rendono singolare il paesaggio caratterizzato dal semplice paramento in pietra a vista perfettamente armonizzato al verde tenue dei circostanti alberi di ulivo.
La Chiesa di Santa Maria delle Palate fu edificata nel XII secolo, ha subito molti restauri, di cui uno nel 1700 e l’ultimo alcuni anni fa. 
L’uso del termine Palate lo si deve  al Torremuzza, che lo fa derivare dalla tradizione, secondo la quale i pellegrini che pregano nella chiesa acquistano tanti anni di indulgenza quanti sono i granelli di una palata di sabbi

Chiesa di Maria SS Assunta - Chiesa Madre 
Nel cuore del paese, superata l’antica porta urbica, si ha una visione d’insieme di grande suggestione costituita dalla torre campanaria, dalla Chiesa Madre, di largo Notarile e di uno scorcio di piazza Mazzini.
La chiesa nel suo aspetto attuale risale ai primi decenni del 1700 quando venne ristrutturata ed ampliata, su progetto di Francesco Ferrigno, nello spazio di un “palazzo” (del quale la torre campanaria adiacente era parte integrante) e di una più piccola chiesa che esisteva già nel XIII secolo ed era dedicata alla Madonna delle Grazie; successivamente è testimoniata la presenza di un clero  greco,  greco-bizantino e latino. 
 Il fabbricato sorge accanto ad una prepotente torre campanaria a tre elevazioni, a cui era precedentemente collegata da un arco-ponte di cui rimangono evidenti tracce, presenta caratteri morfologici del secolo XIV. 
L’attuale conformazione della chiesa è a pianta basilicale a tre navate, triabsidata con transetto, ed è sostenuta da due ordini di colonne in pietra calcarea locale sulle quali poggia la copertura a due livelli. La volta centrale è  lunettata mentre quelle laterali sono a crociera. L’esterno oltre ad essere ricco di motivi ornamentali che sormontano alte paraste, realizzati in pietra locale, e che bordano l’intero edificio, consta anche di tre interessanti portali di cui uno centrale  tardo-gotico e due laterali barocchi.
Si può affermare che, sia i materiali lapidei che la manodopera è stata prettamente locale. 
Nell’area  sottostante il coro  vi si trova una cripta adibita a  sepoltura dei sacerdoti e avente funzione di cappella il giorno dei morti, si accede ad essa tramite una botola coperta da una lapide di marmo collocata nella navata centrale.
Nella ricostruzione sei-settecentesca era anche prevista la presenza di una cupola, che i cittadini si rifiutarono di costruire dopo il diniego di istituire una sede vescovile a Tusa. Di questa resta visibile il disegno prospettico presente nel soffitto.
A testimoniare l’origine medievale della chiesa rimane il prezioso assetto plastico-figurativo della monumentale porta archiacuta occidentale, realizzata in calda pietra serena locale dove sono finemente intagliati basi, colonnine, capitelli fra i quali corrono bande di decorazioni vegetali, nelle cui pieghe la luce gioca creando forti chiaroscuri. Ed ancora, le parti inferiori semicilindriche dell’abside centrale, tuttora visibili sotto le strutture dell’edificio esteso superiormente sino ad inglobarle e la decorazione a beccatelli che corona il cappellone seicentesco; ambedue infatti sono ispirate alla preziosa - e tuttavia arcaicizzante - morfologia plastica e decorativa medievale adottata sino al XVI secolo in area locale. 
Come detto, nel secolo XVII la chiesa viene rinnovata in tutto l’assetto interno ed i lavori si sono protratti fino al XVIII secolo. Durante questo periodo le funzioni di matrice vennero assolte dalla chiesa di San Giovanni.
Nel 1613 venne costruito un lungo balcone continuo, nella parte esterna dell’abside centrale nel cappellone centrale. 
Nel 1633  G.B. Li Volsi appronta i «parati dell’Assunta», spettacolo sacro tuttora ripetuto durante i festeggiamenti della metà di agosto. L’assetto scenografico attuale, che trova collocazione nel coro, deriva da una progetto redatto fra il XIX ed il XX secolo da uno scenografo palermitano1.

 


Chiesa di Santa Lucia e Convento del S.S. Salvatore dei Padri Agostiniani
Nella parte ovest del centro abitato, oltre il costone roccioso che dal castello arriva al belvedere, attaccati alle mura dell’antica città trovava sede la chiesa di S. Lucia con annessi Convento e relativa torre campanaria.
Mentre la chiesa (costituita da un’unica navata) ed il Convento risalgono al 1530, per volere del marchese di Geraci.; la torre era un elemento a se stante appartenente ad un periodo precedente, che fungeva da sistema difensivo sia del centro urbano che del territorio circostante ed aveva dei caratteri del tutto simili alla torre campanaria annessa alla chiesa Madre. 
Il convento venne chiuso nell’agosto del 1866, data in cui entrò in vigore la legge sulla soppressione dei beni degli Ordini  Religiosi. In seguito il comune acquistò la chiesa mentre il convento fu venduto a privati che lo trasformarono in abitazione. La chiesa venne chiusa al culto giornaliero nel 1934 e privandola di qualsivoglia manutenzione nel 1964 si vede crollare il tetto. Qualche anno dopo la Sovrintendenza ai monumenti di Catania fece un ordine di demolizione della chiesa e della torre. Oggi nello stesso sito vi trova sede un fabbricato per civile abitazione.
Dei monumenti resta solo una pregevole documentazione fotografica.

Chiesa di Santa Croce e Convento dei Frati Camilliani Crociferi
Il manufatto sorge ad est del paese e fu edificato nei primi anni del 1600 da un ordine assistenziale arrivato a Tusa nella seconda metà del 1500, quando nel paese infestava la peste. Il complesso è costituito da un convento e da una chiesa rettangolare ad unica navata con un altare centrale e due laterali, essa si presenta con muri interni finemente stuccati mentre l’esterno risulta costruito con pietra informe a vista. 
Il convento fu abbandonato nella seconda metà del 1800 e affittato come magazzino, mentre la chiesa veniva aperta solo nei giorni festivi. Successivamente nel 1933 venne sconsacrata e venduta a privati; oggi è adibita a stalla.

Chiesa di Santa Caterina e Convento
La struttura si trova accanto al primo nucleo abitato, oltre le mura della città. La chiesa dedicata a S. Caterina fu  edificata intorno al 1500, qualche decennio successivo, ad essa venne annesso il monastero delle Suore Benedettine.
La costruzione è stata eseguita secondo il tema usuale, unica navata rettangolare con tetto a botte lunettata, con muri interni stuccati ed esterni intonacati. Essa è stata diverse volte danneggiata a causa delle diverse scosse telluriche che si sono verificate. Nei vari restauri susseguiti, e con l’espansione della città in direzione sud fu eliminata la scalinata principale in prossimità della porta di accesso centrale; oggi l’accesso alla chiesa avviene mediante due accessi centrali. Il convento, invece, é stato abbandonato ed  adibito ad abitazioni private.

Chiesa di San Pietro e Collegio di Maria
La chiesa fu costruita nel secolo XVI nella parte ad est all’interno della città murata ed ha annesso un delizioso giardino, una delle poche aree verdi dell’area urbana. Intorno alla metà del diciottesimo secolo alla chiesa viene accorpato il Collegio di Maria per volere signora Giuseppa Bono.
Nell’integrazione dei due manufatti sono evidenti gli accorgimenti per permettere alle Suore di assistere alle funzioni religiose, cantare nel coro e servire la chiesa rimanendo staccate come se fossero delle suore di clausura. Nel Collegio venivano ospitate le fanciulle convittrici ed in seguito fu utilizzato come scuola di sana educazione e retti principi.

Chiesa di San Giovanni
Venne edificata fra il XIV e il XV secolo nella parte più alta del paese ed oltre a dare il nome al quartiere é testimonianza di una delle più antiche presenze del centro abitato. La chiesa é collegata internamente (da un unico accesso) alla torre campanaria tramite una angusta scalinata ed un suggestivo archetto fra le due fabbriche che ci immette direttamente al primo livello.
All’interno, la sua pianta quadrata a tre navate e due ordini di colonne monolitiche, evidenzia un sobrio stile quattrocentesco con vive reminiscenze planimetriche bizantine. La chiesa  è sormontata da una volta “a specchio” nella navata centrale ed è dominata da una tribuna assai slanciata, che contrasta con la pur bella decorazione barocca dell’altare maggiore.

Chiesa di San Giuliano 
La chiesa costruita nel XVI secolo, trova ubicazione nella piazza principale del centro antico ed é stata sede della Confraternita del S.S. Rosario. Essa é di forma rettangolare a navata unica ed era intonacata sia internamente che esternamente. 
Anche questo manufatto venne danneggiato dal terremoto del 1693 che a causa dei ritardi nelle riparazioni - avvenute intorno al 1720 - portarono la struttura in rovina.
 Dopo i recenti restauri avvenuti con l’utilizzo di manodopera proveniente da cantieri scuola il prospetto principale é stato stonacato portando a vista la pietra informe.
Con l’abbandono avvenuto nel 1977 in seguito allo scioglimento della confraternita, oggi la struttura viene utilizzata come sede di un circolo ricreativo-culturale di ispirazione cattolica.


Chiesa della S.S. Trinità  
La costruzione risale al XVII secolo e fu ubicata in via Alesina nel baricentro della città murata. Fino al XVIII secolo fu adibita a Monte di Pietà  per assolvere a funzioni di assistenza e beneficienza, inoltre, sosteneva l’ospedale ed erogava borse di studio per la frequenza di scuole secondarie.
Con Regio Decreto del 1906 venne trasformato in asilo infantile.
Nella seconda metà di questo secolo dopo un periodo di abbandono, il manufatto venne acquistato da privati che lo hanno demolito e sostituito con un edificio per civile abitazione che da decenni è rimasto incompiuto, di fatto, non é mai stato abitato.

Oratorio del S.S. Sacramento
Anche l’Oratorio trova sede nella piazza di rappresentanza della cittadina, dove si distingue per l’interessante facciata barocca. La sua edificazione avvenne nella seconda metà del XVII secolo per dei Confrati dell’omonima confraternita.
L’immobile ha una pianta rettangolare ad unica navata e la copertura a volta è a botte lunettata. Il prospetto principale risulta parzialmente intonacato e nelle parti realizzate in pietra a vista presenta decori ed una curvilinea scalinata. I prospetti secondari restano in pietra informe a vista. L’interno è, invece, finemente stuccato e con finiture di colore molto chiaro. 
Al suo interno fino a qualche decennio fa si svolgeva la rappresentazione dell’ultima cena la notte del Giovedì Santo.
L’Oratorio é stato chiuso al culto nel 1968 e dopo essere stato sconsacrato fu in  seguito restaurato. 
Oggi la struttura è adibita sia  a sala riunioni che a luogo per piccole rappresentazioni teatrali, nonché per audizioni musicali.

Chiesa e Convento di San Michele Arcangelo 
É il più antico complesso monastico risalente al primo periodo dell’età Normanna quando i conventi dedicati a San Michele venivano posti in prossimità delle porte a protezione delle città. Esso, infatti, venne costruito sulle mura di cinta è posto accanto alla porta principale della città murata.
Dell’edificio rimane solo una parte della facciata principale e precisamente i due medaglioni e le finestre lavorate; nel corso dei secoli ha subito molte trasformazioni testimonianza ne è il portale che, infatti, appartiene ad epoca successiva.
La sua massima importanza la raggiunse nel 1736 quando per circa un ventennio,  durante i lavori per la costruzione della chiesa di Maria SS Assunta, svolse il ruolo di Matrice.
Attualmente i locali relativi all’antico monastero appartengono a privati che li hanno adibiti parte in abitazioni e parte, compreso il cortile interno, per costruirvi nel 1871 la Società Operaia di Mutuo Soccorso. Mentre i locali della chiesa vengono utilizzati dai privati i primi due livelli e da un centro per anziani gestito dalla parrocchia il terzo livello.
Il prospetto principale dell’antica chiesa e l’adiacente porta urbica vivono attualmente in condizioni di rudere, mentre i restanti due prospetti visibili sono stati ricostruiti in  con struttura intelaiata in cemento armato e muri in mattoni a vista. Il tutto non è mai stato ultimato.

Chiesa di Santa Sofia
É situata nella parte ovest a 100 metri in linea d’area di distanza dal centro abitato. 
Fu costruita intorno al 1600 anche se non si hanno notizie certe della chiesa dedicata a Santa Sofia il cui culto venne diffuso dai bizantini. Anticamente il luogo veniva utilizzato anche per le sepolture.
Il manufatto ha una pianta rettangolare con navata unica e copertura a volta a botte lunettata, le mura si presentano esternamente con pietra informe a vista mentre sono stuccate internamente.
 Nel 1931 le cattive condizioni strutturali portarono alla chiusura al culto della chiesa ed alla conseguente sconsacrazione. Attualmente l’immobile è adibito a stalla.

Chiesa di Sant’Antonino
La struttura della chiesa è ancora in parte esistente e si trova nella parte più alta dell’abitato accanto all’antico castello dei Ventimiglia, si presume che abbia assolto il compito di Cappella dei castellani. Non si conosce il periodo di costruzione ma è sicuramente una delle più antiche del paese.
Nel 1878 il manufatto venne chiuso al culto e dopo qualche anno andò in rovina; nell’impossibilità di ripristinarla nel 1931 la chiesa venne sconsacrata e se ne autorizzò la vendita. Da allora il fabbricato viene utilizzato da privati  e intorno agli anni settanta venne ampliata e trasformata in abitazione, comunque restano ancora le tre pareti laterali con abside e copertura originari. Rimane inoltre una modesta documentazione fotografica che mostra l’antico assetto della chiesa.

Chiesa di San Giuseppe
Questa chiesa ubicata nella parte più alta del paese, fu edificata intorno al 1600 con il decisivo contributo dalle famiglia Li Volsi. Essa è ad aula semplice ed a navata unica con copertura a volta lunettata. La Chiesa danneggiata dal terremoto del 1968 ha subito dei discutibili interventi di restauro.

Chiesa di Santa Maria di Gesù dei Frati 
Minori Conventuali di San Francesco oggi chiesa di Sant’Antonio
La chiesa trova sede a sud dell’abitato nell’attuale ingresso del paese, essa fu completata nel 1545. Essa ha una pianta rettangolare a navata unica con volta a botte lunettata, stuccata internamente, mentre all’esterno è stata recentemente intonacata.
Il convento in seguito alla legge che abolì gli Ordini Monastici venne trasformato in ospedale. In seguito dopo decenni di abbandono i locali sono stati ristrutturati con destinazione di una struttura sanitaria per spastici, ed in  attesa di una sua attivazione viene utilizzata come scuola elementare.

Chiesa di San Cataldo
La chiesa si trova in campagna, nella omonima contrada nord del centro abitato di cui dista circa  Km 2 in linea d’aria . Non si ha una data precisa di costruzione ma si sa che esisteva nei primi anni del XVII secolo. Il fabbricato oltre alla chiesa consta di altri ambienti, con caratteri abbastanza interessanti, che ci lasciano pensare di un loro passato conventuale.
La chiesetta a una pianta rettangolare ed é coperta con volta a botte lunettata realizzata a dammuso. L’interno è stuccata ed affrescata, mentre l’esterno é intonacata ed con due medaglioni anch’essi affrescati.
Il complesso é stato abbandonato e poi venduto all’inizio di questo secolo, viene oggi utilizzato in parte per ricovero di animali e per la restante parte in magazzino e fienile.

Chiesa di S. Maria di Loreto e Monastero delle Benedettine
Il manufatto è più noto come “Cuoppo” e fu costruito nella seconda metà del XVI secolo e trova sede nel margine nord-est del centro abitato.
La chiesa ha una pianta rettangolare ad unica navata e volta a botte lunettata, mentre il monastero era di dimensioni notevole ed aveva un  vasto giardino.
Anche questo monastero fu colpito dalla legge del 1866. I locali vennero acquistati dal comune che poi rivendette a privati cittadini che li hanno trasformati in abitazioni. Alla fine del secolo scorso la chiesa fu chiusa al culto e successivamente sconsacrata. In seguito é stata ma sempre in vario modo utilizza ma sempre per scopi sociali. Oggi é oggetto di restauro da parte della Sovrintendenza ai Monumenti di Messina che prevede un suo utilizzo a museo archeologico.

Chiesa di San Leonardo e Convento 
dei Frati Cappuccini
A Nord, fuori dal paese, si trova la chiesa di San Leonardo accorpata al Convento dei Frati Cappuccini.
La costruzione risale al 1572 e venne realizzata su petizione dell'Università di Tusa ad opera di Padre Giammaria Pellegrino da Tusa, Generale dell'Ordine.
Il Marchese di Geraci, Giovanni III, diede la dote al Convento e concesse la questua in tutto il territorio.
I Cappuccini vennero a Tusa nel 1563 e per un decennio abitarono nel restaurato Convento di San Michele Arcangelo che era stato abbandonato dai Frati Minori Conventuali.
I Cappuccini erano presenti anche a Castel di Tusa dove avevano un Ospizio nel «baglio» del Castello come attesta un documento dell'Archivio Parrocchiale firmato dall'Abbadessa del Monastero di Santa Maria di Loreto, Donna Orsola Toscano nel 1791.
La chiesa è ad una sola navata con volta a botte lunettata, internamente stuccata ed al centro della volta vi è un grande affresco che raffigura San Francesco in ginocchio davanti al Crocifisso.
Nell'altare maggiore si trova un quadro di Durante Alberti, dipinto nel 1580, raffigurante Santa Maria degli Angeli con San Francesco, Santa Chiara, San Mauro e Santa Caterina; l'intera parete è ornata da altri quadri di ottima fattura e di varie dimensioni, disposti simmetricamente ai lati dell'altare; sotto il quadro dell'Alberti vi è un bellissimo tabernacolo di legno scolpito nel XVII secolo.
Gli altri altari sono dedicati a San Francesco, San Felice da Cantalice, ed al Crocifisso. Nella parete destra, accanto all'ingresso, vi è un grande quadro, dipinto da Pedro Rogerio nel 1577, che raffigura la «Madonna di lo Carmino con San Francesco e San Leonardo» e che ha un grande valore di memoria storica poiché ai piedi della Madonna è riprodotta Tusa come era nel XVI secolo; nella parte bassa è inoltre riprodotto un corteo con in testa le autorità del tempo che potrebbe ricordare il trasferimento a Tusa della salma di Fra Salvatore da Tusa, morto a Catania nel 1535 in odore di santità.
Altro quadro della chiesa è quello dell'Immacolata, donato da Pietro Giallombardo e dipinto da Jacobo Battaglia nel 1691.
Il Convento è abbastanza grande ed è stato costruito su due livelli, nel seminterrato si trovano il refettorio, le dispense e le stalle, nel piano elevato, attorno ad un atrio con a centro un pozzo che rac-
coglie 1 acqua piovana, sono disposte 20 cellette e la biblioteca dalla quale nel 1966 sono stati tolti i molti preziosi libri di cui era dotata per essere portati nella biblioteca dei Padri Cappuccini di Messina.
Il Convento godeva di molto prestigio anche per la fama di santità attribuita a Fra Salvatore ed a Padre Giammaria Pellegrino del quale si diceva che quando pregava, sul tetto della chiesa si accendeva una luce così viva da essere scambiata per un incendio.
Alla storia del Convento è legato un fatto negativo e sacrilego attribuito al Cappuccino Fra Giovanni da Tusa il quale, il 25 luglio 1605 fu protagonista a Castelbuono, di un deplorevole oltraggio religioso. Infatti dovendosi quel giorno svolgere nell'Oratorio del Castello, alla presenza del Principe Giovanni III, la funzione di rito in onore di Sant'Anna, il Cappellano notò, con stupore, che il reliquario contenente il cranio della Santa era sparito.
Dell'oltraggio sacrilego, fu accusato il religioso tusano che per disobbedienza alle discipline ecclesiastiche era già rinchiuso nelle carceri del Castello, ma aveva ottenuto comunque la grazia di potere celebrare la messa nella cappella gentilizia. Siccome qualche giorno dopo Fra Giovanni fuggì dal carcere, ciò fece supporre che lui tosse stato l'autore della sparizione della reliquia.
Venne rintracciato moribondo a Messina dallo stesso Principe al quale confessò di avere nascosto l'urna nella chiesa di Santa Lucia.
Le ricerche furono fatte inutilmente nella omonima chiesa di Castelbuono, ma Fra Giovanni aveva nascosto la reliquie nella chiesa di Santa Lucia al Borgo di Palermo, dove venne ritrovata il 22 gennaio 1615.
Il 6 dicembre, per voto, il Clero andava in processione nella chiesa per i festeggiamenti di San Leonardo.
La chiesa ed il convento furono chiusi nel 1866 per effetto delle norme sulla soppressione degli Ordini Religiosi, ma i locali vennero riscattati dai Cappuccini della Provincia di Messina ad opera di Padre Felice da San Mauro Castelverde che il 6 marzo 1899 compro i conventi di Tusa e Pettineo.
Con il ritorno dei Padri Cappuccini il Convento venne destinato a Noviziato ed inagurato il 9 novembre 1902.
Nel 1930, ad opera di Padre Salvatore da Tusa, vi furono ospitati gli studenti Cappuccini di Messina allo scopo di stimolare nel paese la vocazione sacerdotale e per ridare vitalità al Convento.
Purtroppo il declino del convento è stato inarrestabile, nel 1978 vi morì Padre Ludovico da Tusa, l'ultimo Sacerdote rimasto nel vecchio convento.
I Cappuccini abbandonarono Tusa, rimase solo Fra Leone da San Mauro che dopo alcuni anni fu costretto, per la vecchiaia e per non venire meno agli ordini dei superiori a lasciare Tusa e recarsi a Cefalù dove morì.
Il 29 ottobre del 1983, dopo che il Convento e la chiesa sono stati in parte restaurati, vi si è stabilita una nuova comunità, fondata a Tusa da Fra Umile, sotto il titolo delle Sorelle Minori di San Francesco.

Calvario
Quando in Gerusalemme Sinedrio e poi Pilato pronunziarono la condanna di Gesù, per crocifiggerlo fu scelto un luogo esterno alla città fortificata, ma prossimo ad una delle porte del suo muro settentrionale. Vi si costruì una piccola altura rocciosa, elevata solo pochi metri dal terreno circostante, e si volle che la sua forma, nel riproporre la figura di un teschio, fosse la rappresentazione simbolica della morte. Il luogo venne chiamato Cranio, Gulgutha in aramaico, Calvario nella sua trasposizione latina.
Solo dopo il XIII secolo, la rappresentazione storica del racconto evangelico verrà riconosciuta e accettata nel suo crudo realismo e divulgata successivamente sopratutto dalla religiosità popolare.
Il ritardo che caratterizza in ogni settore espressivo, iconografico compreso, la raffigurazione del Cristo in croce va probabilmente ricercato nella volontà da parte della chiesa cattolica di manifestare la natura divina del Creatore più che le sofferenze dell'uomo nel momento culminante della sua passione. Di essa infatti se ne darà a lungo una rappresentazione allegorica tendente sempre a ricondurre l'umano al sovrannaturale.
D'altronde, nei primi tre secoli successivi alla morte di Cristo, la città di Gerusalemme, distrutta da Tito nel 70, era sopratutto luogo di incontro per speculazioni fìlosofiche e nel Venerdì Santo solo attraverso l'esposizione delle sante reliquie e la lettura del racconto della crocifissione i pellegrini ricreavano nella loro immaginazione le scene di quel primo e straordinario mistero.
In tali rituali comunque e nella successiva e crescente attenzione che l'intera letteratura spirituale del medioevo dedicherà all'umanità di Cristo va ricercata la lontana genesi dei calvari e delle vie crucis che sopratutto a partire dal '600 diverranno un'istituzione voluta dalla chiesa della controriforma, costretta a consolidare, attraverso il consenso delle masse, una fede vacillante dopo gli sconvolgimenti operati dal Concilio di Trento2. 
In Francia i calvari bretoni hanno già nel XVI secolo una tradizione alle spalle, mentre in Italia e ancor più in Sicilia penetrano solo nel XVII secolo attraverso le missioni della Compagnia di Gesù, il cui primo rappresentante che si è dedicato a ciò fu Padre Gaspare Paraninfo, a cui sembra doversi attribuire la loro istituzione.
«Devotissimo della passione del Signore s’ingegnò dilatare la memoria di essa nella Sicilia con una devota invenzione. Nelle città e terre di Sicilia ove si portò in esercizio delle sue apostoliche fatiche, fu il primo ad esercitare la devozione dei calvari, cioè a dire ad eleggere presso le città e terre qualche progetto o scesa di monte ove si edificassero cinque cappellette, nei quali dipinti si venerassero i principali misteri della Passione dell'addolorato Signore valevoli ad accendere mirabilmente la pietà dei fedeli che ivi nel venerdì dell'anno concorrono con segnalata devozione a farvi le stazion3i. 
In Sicilia però, fin dal XVI secolo erano note le rappresentazioni che in forma autonoma eseguiva il popolo durante la Settimana Santa.
Non possedendo un teatro, l'intero abitato, sintetizzato nel suo edificato e nel suo spazio più rappresentativo - chiese, monasteri, cimiteri, piazze, strade - veniva usato e trasformato. Ma la ricreazione della passione più che alla sacralità dell’evento dava largo peso alle manifestazioni terrene, sopratutto agli oltraggi e agli scherni ritenuti dai più le caratterizzanti fondamentali delle ultime fasi della vita di Gesù tra gli uomini.
Tale costrizione, già iniziata nel ‘500 determinerà per tutto il ‘600 un rallentamento nell'evoluzione del dramma sacro popolare ed i pochi Mortori e Pastorali eseguiti saranno quelli ritenuti meno scurrili e scandalosi dalla Chiesa, ma con ogni probabilità, anche i meno aderente alla libertà creativa ed espressiva delle masse.
Solo a metà '700, quando ormai i Gesuiti da quasi un secolo hanno introdotto e divulgato in Sicilia la devozione per il SS Crocifisso, la stampa di una tragedia dell’Orioles riporterà alla ribalta il dramma della passione di Cristo. L'originale ridotto a volte, amplificato in altre, copiato in forma manoscritta e privo spesso del nome dell'autore, diviene la fonte unica la genesi di tutte «le Deposizioni dalla Croce» che l'intera isola riprenderà a recitare con fervore ed efficacia rinnovati nelle sue chiese e sopratutto nelle sue piazze pubbliche. 
La massa non penetra il trascendente. L’invisibile, che è mistero, va materializzato e nel dogma di fede la duplice natura di Gesù Cristo già di per se offre tale possibilità. La materializzazione, pur nel riprendere le file generali del racconto evangelico, deve essere spettacolare, deve sopratutto far rivivere la violenza fisica dell'evento.
A Palermo ed ancora nelle grandi e medie città, gli artisti sono tutti «persone civili» e tra essi è difficile trovare qualcuno disposto a prestarsi per una simile scena.
Al di fuori invece, nei piccoli insediamenti, là dove le feste religiose, gestite e costruite da maestranze e contadini, appartengono alla comunità, c'è sempre chi si dichiara pronto a sostituirsi, nella fase del trasporto della croce e della successiva crocifissione, alla persona «colta», quasi sempre un prete, che raffigura Cristo4.
Mentre nelle città l'esecuzione della Passione avviene sopratutto nelle chiese e nei teatri, nei medi e piccoli paesi il coinvolgimento dell'urbano è maggiore, investe (come dicevamo) gli spazi aperti della collettività che nel loro relazionarsi divengono mezzi insostituibili per l'allestimento di un'unica scenografia. L'esterno si trasforma in teatro e sotto il cielo che fa da copertura il popolo individua e seleziona gli elementi ad esso funzionali; tetti, finestre, balconi, terrazze ed alberi sono le gallerie e i palchi, mentre l'invaso della piazza diviene il palcoscenico in cui inizia e si conclude la memoria del dramma sacro che recupera nel costruito i luoghi più significanti della sua storia.
Nella successiva fase in cui a tali rappresentazioni si accompagnerà costantemente il rituale processionale, sostituendosi ad esse nel tempo, ancor più si avvertirà l'esigenza di riattualizzare la memoria storica attraverso la ricreazione del percorso fatto da Gesù sino alla crocifissione. La devozione popolare invece avverte l’esigenza di materializzare la simbologia, edificando il fisico dei luoghi, il suo costruito. Una simile istanza, nel palesare ancora una volta la profonda differenza esistente tra religiosità popolare e religiosità ufficiale, stimolerà l'istituzione capillare delle vie crucis e dei calvari, anche se la loro realizzazione effettiva - almeno in Sicilia - avverrà con un certo ritardo.
D'altronde la commemorazione della Passione attraverso la via crucis, sia pure introdotta in occidente già alla fine del XIV secolo e diffusa nel successivo, ebbe una lenta divulgazione ovunque e la codificazione ufficiale del nome, numero ed ordine delle sue stazioni avvenne solo tra il XVII e XVIII secolo. II calendario del rituale si regge su equilibri delicatissimi che relazionano gli interessi sia dell'urbano che del rurale.
Per ciò che riguarda il nostro calvario, possiamo senz’altro affermare che si tratta di un’originale struttura datata intorno al 1670 realizzata nella parte nord.-ovest del centro abitato da dista circa 100 metri in linea d’aria. Essa è stata realizzata nella piena consapevolezza di posizionarla in un punto ortograficamente e geograficamente (rispetto al centro abitato) del’tutto simile al Golgota di gerusalemme, dal quale prende anche la concezione estetica con la collocazione dell’abside a forma di cranio, mentre negli scopi copia i “Sacri Monti” dell’Italia settentrionale, se ne differenzia per il recinto murario in pietra a vista, a forma di cuore che rende movimentate le stazioni della Via Crucis e il suo andamento. Le mura che ne perimetrano la forma sono simbolo ed il simbolo è sempre un attributo divino.
Al fine di rappresentare ancora meglio il luogo della passione di Cristo, viene riproposta la piccola altura in pietra con un percorso curvilineo affiancato da due muri in pietra (la cui sacralità rende palese aderenza al mondo naturale), che culminano in un abside, dove sono ubicate tre croci in ferro battuto, al quale si arriva da un’ampia scalinata in pietra.  
Il nostro Calvario fin dalla fine del seicento fu sede di fastose drammatizzazioni della “Passione di Cristo”.
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Il calvario nel paesaggio. La genesi del calvario a livello europeo si fa risalire all'uso medievale di costruire semplici croci o piccoli monumenti con una croce presso chiese, cimiteri, agli incroci delle strade di campagna e comunque sempre lungo le vie di pellegrinaggio. Non altrettanto può dirsi per la datazione storica relativa allo specifico del suo edificato, variabile in quanto connessa sia alla politica della grande chiesa nei diversi ambiti territoriali, sia alla risposta, più o meno immediata, delle singole comunità locali..
La lunga consuetudine che portava gli abitanti di ciascun luogo a confrontarsi quasi quotidianamente con i riferimenti costruiti del proprio ambiente ha subito negli ultimi decenni un rapido arresto. È in fase di cancellazione sopratutto nei grossi insediamenti. Molti calvari risultano oggi reperti, brandelli di storia, per i quali il mantenimento dell'uso è strettamente dipendente dall'anzianità e quindi dallo stato di salute di colui che ne cura la manutenzione, per tradizione tramandata di padre in figlio5. Il calvario è un grosso segno nello spazio che ancora oggi, anche se inglobato in alcuni casi nella periferia dell'abitato, manifesta con estrema nitidezza il passaggio dal paesaggio urbano a quello rurale, e spesso ne costituisce l'unica emergenza. Ogni calvario possiede una sua irripetibile fisionomia, essendo diverso di volta in volta il suo impianto urbanistico e paesistico.

Simbologia del progetto e del costruito. La storia della sacralità è storia di rapporti e di conflitti tra dominanti e dominati, tra istituzioni e popolo. Nel caso del Calvario il rapporto diviene nel suo estrinsecarsi coaugulo felice, incontro di simboli6. Nel caso dei calvari l'istituzione viene avviata dalla chiesa e solo successivamente ad essa si affianca e spesso si sostituisce l'azione delle masse. Sia i santuari che i calvari, al di là dei legami con l'arte «colta», sono strutture che appartengono al popolo, poiché da esso dipende il loro perpetuarsi nel tempo, la loro vitalità.
Il suo progetto come il grande rituale gesuitico dei primi del seicento, nel recuperare il principio compositivo dell'assialità tutt’uno conia simmetrìa e la prospettiva, presenta un impianto urbanistico convergente sulle croci o sulla cappella che divengono il punto monumentale, il focus in cui culmina la faticosa percorrenza del viale simbolo della strada dolorosa percorsa da Gesù per raggiungere il luogo della sua crocifissione. Il viale, quasi la navata centrale di una grande chiesa, si sviluppa attraverso l'uso ripetuto e costante di un numero che diviene in ultima analisi modulo e modello progettuale: il tre, alcune volte relazionato al quattordici, stazioni della via crucis, o al sette.
In un riferimento più strettamente religioso va ricordato che 3 furono le cadute di Gesù durante il suo trasferimento al Calvario, che 6 ore rimase sulla croce, 3 da vivo e 3 da morto… 
Chi lo da questo modello? Senza dubbio la forma simbolica, sua caratterizzante fondamentale è lo  strumento ideologico preferito dai gesuiti per celebrare il rinnovato potere della Chiesa Anche il materiale da costruzione, spesso il pietrame, è inservibile in un contesto di credenze simboliche la sacralità della pietra e la sua palese aderenza al mondo naturale. Anche le mura che ne perimetrano la forma sono simbolo ed il simbolo è sempre un attributo divino che tutti, ciascuno a proprio modo, con la sua specifica cultura, vogliono esprimere7.

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